Domande e Risposte

Per definizione l’intervento è focale e breve, ma l’esatta durata del trattamento psicologico varia a seconda delle situazioni. Nella maggior parte dei casi tale forma di intervento induce i primi cambiamenti già a partire dalle prime sedute del trattamento.
Nelle prime fasi del trattamento i colloqui possono essere sia a cadenza settimanale che quindicinale, a seconda del tipo di problema presentato e delle esigenze della persona stessa. Una volta ottenuto lo sblocco del disturbo, e quindi il primo sostanziale miglioramento, i colloqui vengono ulteriormente distanziati per permettere alla persona di sperimentare nella propria vita quotidiana le ritrovate risorse e capacità, senza che venga a crearsi una forte dipendenza dalla figura dello psicologo. Il percorso si conclude infine con 3 controlli (follow-up) condotti a distanza di 3 mesi, 6 mesi e 1 anno dalla fine del percorso psicologico, per verificare il mantenimento del risultato nel tempo.
La durata di un colloquio non è mai predeterminata, ma varia di volta in volta a seconda delle diverse esigenze della persona, della fase del trattamento in cui si trova e del tipo di problema presentato. La durata degli incontri può quindi variare ampiamente da un’ora o più fino a venti minuti, a seconda della valutazione dello psicologo riguardo all’avvenuto raggiungimento degli obiettivi di ciascun incontro. Anche per quanto riguarda la durata della seduta, dunque, l’unica linea guida fondamentale seguita dallo psicologo è l’estrema flessibilità, guidata sempre però da specifici obiettivi prefissati.
Come emerge chiaramente dai follow-up condotti a distanza di 3 mesi, 6 mesi e 1 anno dalla fine del percorso, la presenza di ricadute è minima e generalmente non si verificano nel tempo spostamenti del sintomo.
In un intervento psicologico non si prevede l’ausilio di farmaci. Qualora il paziente arrivasse dallo psicologo con una cura farmacologica in corso, si suggerisce di proseguire con questa seguendo le indicazioni del proprio medico o psichiatra. Sarà preoccupazione dello psicologo – negli ultimi stadi del percorso e in seguito a consultazione con il medico o lo psichiatra curante – renderlo in grado, se possibile, di ridurre gradualmente l’utilizzo dei farmaci, fino ad arrivare ad una completa interruzione dell’assunzione. Fanno eccezione a questa regola rari casi, solitamente disturbi psicotici o depressioni di tipo endogeno, in cui lo psicologo, consigliato dallo psichiatra, può ritenere utile il proseguimento della terapia farmacologica. In questi casi lo psicologo, in accordo con il paziente, richiede al collega psichiatra un supporto farmacologico che permetta di ottimizzare l’efficacia e l’efficienza dell’intervento psicologico.
Molto spesso le persone che presentano determinati tipi di problemi, ad esempio disordini alimentari o particolari difficoltà relazionali, rifiutano di rivolgersi ad uno specialista o appaiono estremamente resistenti a qualsiasi tipo di intervento. In questi casi la famiglia, se adeguatamente indirizzata, può svolgere un ruolo fondamentale e determinante nel trattamento del disturbo. In queste situazioni lo psicologo che utilizza un Approccio Strategico è solito fare un primo incontro con i familiari, o con altre persone che sono vicine a colui che manifesta il problema, e valutare con loro cosa sia possibile fare per intervenire. Lo psicologo che utilizza un Approccio Strategico potrà quindi dare indicazioni su come cercare di coinvolgere il “portatore del disturbo”, oppure dare indicazioni concrete ai familiari su come comportarsi relativamente alla persona e al disturbo in questione, ricorrendo così ad un approccio indiretto. In seguito a questo intervento può capitare che il “paziente designato” decida di entrare nel percorso in un secondo momento; negli altri casi si procede solo in maniera indiretta.
Nell’Approccio Strategico ci si occupa da una parte di eliminare i sintomi o i comportamenti disfunzionali per i quali la persona è venuta in consulenza, dall’altra di produrre il cambiamento delle modalità attraverso cui questa costruisce la propria realtà personale e interpersonale; ovvero, di produrre dei cambiamenti nella percezione della realtà della persona e non solo nelle sue reazioni comportamentali, in modo da spostare il suo punto di osservazione dalla posizione originaria, rigida e disfunzionale, ad una prospettiva più elastica e con maggiori possibilità di scelta. Il cambiamento strategico segue quindi questo percorso: proposta di cambiamento delle strategie del paziente mediante indicazioni apparentemente semplici e bizzarre che producono nel paziente un’esperienza emozionale correttiva che lo conduce a cambiare il suo comportamento e conseguentemente le sue cognizioni circa se stesso, gli altri e il mondo che lo circonda. Un percorso di tipo strategico non rappresenta quindi un trattamento puramente sintomatico, ed è proprio per questo che, una volta risolto il problema presentato dal paziente, non si sviluppano sintomi sostitutivi.
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