F del 16 settembre 2015: Le parole gentili sono medicine portentose

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F: Perché è così importante saper usare bene le parole quando ci si relaziona con gli altri?

BERNARDO PAOLI: Le parole sono lo specchio dell’anima. Il linguaggio che utilizziamo racconta chi siamo e come affrontiamo la vita; le parole svelano qual è il nostro temperamento e qual è l’atteggiamento che abbiamo di fronte ai problemi.

Quando descrivi il tuo lavoro, ad esempio, ne parli come di una fatica o come di qualche cosa in cui ti realizzi? Quando parli a cuore aperto di te stessa sottolinei più i tuoi fallimenti o i tuoi successi? Quando racconti una cosa che “è andata storta” la tua attenzione si concentra maggiormente sull’insegnamento che hai tratto da quella situazione oppure sullo “zampino” che hanno messo alcune persone per far sì che andasse male? Se c’è un modo inconfondibile con cui possiamo capire qualcuno è proprio attraverso le parole che utilizza quando parla spontaneamente.

Ciò è molto interessante… ma il linguaggio è nato per tutt’altro scopo! Abbiamo inventato il linguaggio per relazionarci con gli altri. Lo vediamo con i bambini: imparano a parlare per chiamare, chiedere, ottenere qualcosa nell’interazione con le persone circostanti.   Abbiamo inventato il linguaggio, e continuiamo a insegnarlo, per interagire; anche se al tempo stesso le parole sono uno strumento che utilizziamo così in abbondanza che con esso ci identifichiamo. Da una parte, siamo come parliamo, dall’altra parte, otteniamo nelle relazioni effetti differenti a seconda del modo in cui parliamo. Il linguaggio è quindi uno strumento molto particolare.

Un ulteriore aspetto che lo rende così particolare è che, per quanto siamo stati noi ad inventare il linguaggio, esso possiede delle regole “autonome” che non abbiamo inventato. Abbiamo inventato la parola <<pane>>, la parola <<sole>>, ma non abbiamo inventato il fatto che, usando un’immagine analogica, otteniamo un effetto maggiore sull’ascoltatore. Se dico: <<Le parole che hai usato con me mi hanno fatto molto arrabbiare>> ha un effetto. Se invece dico: <<Ciò che mi hai detto è stato per me una pugnalata alle spalle>> ottengo tutt’altro effetto. Questa seconda espressione ha un impatto maggiore della prima, ma non abbiamo stabilito noi che fosse così. Ci troviamo a dover imparare delle regole che non abbiamo inventato.

Questo è il motivo per cui ho scritto “Come parla un terapeuta”: mi sono accorto che ci sono in commercio pochi libri che raccontano qual è il segreto dell’efficacia delle parole. Com’è possibile che un terapeuta riesca, utilizzando solo le parole, a portare un cambiamento radicale nella vita di un paziente? “Come parla un terapeuta” è quindi una sorta di manuale del “buon parlatore” che risponde alle domande: Come si usano le parole per entrare più facilmente in sintonia con gli altri? Quali parole chiariscono agli altri i loro problemi? Quali forme linguistiche aiutano a cambiare più rapidamente?

 

F: Che poteri ha la magia delle parole? Quali danni e quali benefici si possono produrre con le parole?

B.P.: Con un’espressione di Wittgenstein <<le parole sono come pallottole>> e, aggiungerei, sono tanto in grado di ferire quanto di guarire. È esperienza di tutti noi che le parole feriscono più delle armi, ma la loro forza nel ferire è direttamente proporzionale al loro potere curativo. Le parole sono in grado di nuocere e proprio per questo hanno, d’altra parte, una grande forza terapeutica.

È quindi necessaria un’etica delle parole; esiste un’ergonomia del linguaggio. L’ergonomia è quella scienza che studia come deve essere fatta ad esempio la sedia in cui sei seduta quando lavori per garantire che sia comoda e utile per lo scopo per cui è stata progettata; possiede certe dimensioni e certe fattezze che garantiscono una seduta gradevole al maggior numero possibile di persone. Così possiamo dire che esiste anche un’ergonomia del parlare: ci sono alcune forme linguistiche che recano beneficio a un grande quantitativo di persone.

Le parole quando ben utilizzate curano, cambiano la vita delle persone, emozionano, scaldano il cuore, illuminano la mente. Con un’espressione di Gorgia, filosofo dell’antica Grecia, <<sono un grande sovrano che con un corpo piccolissimo e invisibile tutto a sé assoggetta>>.

 

F: Come si fa ad avere tatto? Ad evitare di ferire? E come si fa invece a scaldare il cuore? Come si fa a essere discreti, a non invadere la privacy? E come non imporre il proprio punto di vista ma aiutare l’altro, guidarlo a entrarci pian piano, mostrando un aspetto che non aveva considerato?

B.P.: Vorrei rispondere a tutte queste domande insieme perché le parole che <<scaldano il cuore e illuminano la mente>> (espressione utilizzata da Sant’Ignazio di Loyola, il fondatore dei Gesuiti, l’ordine a cui appartiene Papa Francesco) non provocano ferite, non ledono la privacy e guidano le persone a guardare ciò che accade intorno a loro con occhi nuovi.

Innanzi tutto ciò lo si ottiene domandando anziché sentenziando, e  parafrasando anziché giudicando. La prossima volta che un’amica ti parla di un suo problema, anziché dirle cosa ne pensi tu, prova a farle domande per comprendere da che punto di vista sta osservando la sua situazione lei. Quando una persona è dentro ad un problema è come una mosca che sbatte contro il vetro: dalla sua prospettiva sta andando per la via più rapida. Fintanto però che non riesci a cogliere la ragionevolezza del “punto di vista della mosca” non riuscirai ad essere di aiuto nel mostrare una via alternativa. Pascal, maestro dell’arte della persuasione, diceva che quando si vuole riprendere utilmente qualcuno e mostrargli che si sta sbagliando, bisogna osservare da che punto di vista egli considera la cosa, perché da quel lato ordinariamente la cosa è vera; bisogna quindi dargli atto di questa verità e solo dopo mostrargli il lato che non aveva notato, perché tutti sono disposti ad ammettere di non aver visto tutto, ma nessuno è disposto ad ammettere di essersi ingannato.

Per riuscire in questo compito non facile, ma decisamente affascinante, ho alcune indicazioni pratiche da proporti.

1)    All’inizio anziché parlare, ascolta. Presta attenzione ai primi secondi in cui la persona che hai davanti descrive il suo problema. Sono i secondi più preziosi e quelli in cui, senza l’intromissione di tanti ragionamenti, racconta gli aspetti cruciali della sua situazione. In tal senso Plutarco ci ammonisce sottolineando che la natura ci ha dato due orecchie ma una sola lingua perché siamo tenuti più ad ascoltare che a parlare.

2)    Anziché chiedere <<perché?>>, domanda <<in che modo?>>. Se un’amica ti racconta ad esempio che si vergogna di parlare di sé agli altri in maniera disinvolta, non lasciarti andare alla ricerca di interpretazioni o delle cause passate: <<ti succede perché non hai abbastanza autostima e non vedi quanto invece sei una donna ammirabile>>, oppure <<è perché fin da piccola hai avuto dei genitori che ti hanno asfissiato>>. Trovare il “perché” di un problema è il miglior modo per allontanarne la soluzione. Mettiamo il caso che sia davvero possibile essere sicuri che la tua amica è così timida proprio a causa del fatto che è cresciuta in un ambiente soffocante, nel momento in cui lei si convincerà di aver scoperto il “perché” del suo problema avrà un motivo in più per considerare la sua situazione attuale difficilmente modificabile. Smetti di farle domande sui “perché” e falle invece domande pratiche su come funziona il suo imbarazzo, domande “giornalistiche”: Chi? Cosa? Come? Quando? Tipo: <<Ti imbarazzi in tutte le situazioni pubbliche oppure ci sono alcuni momenti in cui non ti imbarazzi?>>, <<In quei pochi momenti in cui non ti sei imbarazzata con chi stavi parlando? Erano presenti solo persone che percepisci amiche o erano presenti anche persone sconosciute?>>, <<Quanto era ampio il gruppo di persone con cui stavi parlando? Da quante persone era composto? Erano sia uomini che donne?>>. Chi? Cosa? Come? Quando? Domande del genere la aiuteranno a chiarirsi come funziona il suo problema, spostandola dalla continua ricerca delle motivazioni “interne” perché, come diceva Paul Watzlawick, a forza di guardarsi dentro si diventa ciechi.

3)    Dopo aver fatto un po’ di domande, anziché trarre delle conclusioni, parafrasa quello che ha detto. Continuiamo con l’esempio precedente. Dopo due-tre domande “giornalistiche” fai una parafrasi, tipo: <<Se ho ben capito da quello che mi stai dicendo, ti scatta l’imbarazzo con gruppi di almeno 5-6 persone, anche quando sono tutte da te conosciute, mentre quando il numero di persone è inferiore non senti imbarazzo. Ho capito bene?>>. Se risponde di sì, fai altre 2-3 domande a cui fai seguire un’altra parafrasi e via dicendo. Se risponde di no fatti spiegare cosa non hai ben capito e ri-parafrasa quello che lei dice finché la tua amica non si rivede perfettamente nelle tue parole.

4)    Anziché fare domande “a caso”, concentrale per scoprire quali sono le azioni che la persona fa per risolvere (senza riuscirci) il suo problema, e proponile un’immagine analogica che riassuma il suo atteggiamento. <<Quando percepisci imbarazzo cosa fai: combatti contro questa sensazione oppure la accetti finché non passa?>>. Mettiamo che l’amica risponda che la combatte; allora tu potresti proporle delle immagini analogiche: <<Ah, ok, quando inizia la sensazione di imbarazzo è come se tu fossi dentro una bolla, le percezioni sono ovattate, e hai come la sensazione di aver smarrito i comandi con cui tenere sotto controllo il tuo corpo, e più cerchi di rompere questa bolla e più diventa indistruttibile. È così?>>. In questo modo la persona avrà un’immagine chiara di quello che le sta accadendo e avrai predisposto il suo “cuore” e la sua “mente” a individuare possibili vie di uscita dal problema.

5)    Anziché dare il tuo punto di vista, aiuta ad ampliare il numero dei suoi punti di vista. Conduci infine la persona a trovare da sola una soluzione al suo problema chiedendo di provare a guardare ad esso da almeno altri 5 punti di vista, diversi dal proprio. Prova a dirle: <<La situazione di cui mi parli è davvero articolata, non saprei cosa consigliarti, però possiamo provare a fare insieme un esercizio che ho letto su Donna Moderna in cui un esperto consigliava di guardare ai propri problemi da almeno 5 punti di vista differenti. Ti va se lo facciamo insieme questo esercizio? Adesso che mi hai raccontato la situazione difficile che stai affrontando rispondi a queste domande: come la vedrebbe tuo marito? E che cosa ti consiglierebbe di fare? Tua madre come la vedrebbe? E tuo padre? Quella persona che un giorno mi avevi raccontato che stimi molto cosa ti direbbe di fare? E i tuoi figli come la risolverebbero?>>. Prova tu per prima a fare questo esercizio di “moltiplicazione dei punti di vista”; una volta che avrai iniziato non riuscirai più a smettere! Aumentare il numero di prospettive e di possibili azioni da mettere in atto aumenta il senso di controllo sulla propria vita! Heinz von Foerster direbbe che il nostro imperativo etico dovrebbe essere proprio questo: agire sempre in modo da aumentare il numero delle proprie possibilità di scelta.

 

F: Cosa si può fare con l’ironia?

B.P.: L’ironia è una perla preziosa; rende gradevole l’interazione e consolida i rapporti umani perché alimenta e conferma la presenza di un feeling tra le persone che interagiscono in modo ironico. Come dicevamo inizialmente anche l’ironia ha delle sue regole, molto particolari, che se non vengono rispettate fanno sì che essa facilmente scivoli nel sarcasmo. Tutti sanno che una frase è ironica se una persona dice l’opposto di ciò che pensa, ma anche nel sarcasmo accade la stessa cosa! Se ad una persona vestita male qualcuno dice <<Come sei vestita bene oggi!>> cosa rende questa frase ironica o sarcastica?

Dopo anni di studi e di ricerca ho scoperto che l’ironia è come un’orchidea, è un fiore delicato che ha bisogno di alcune specifiche caratteristiche per poter vivere. L’ho chiamata “teoria dei tre livelli linguistici”. Senza entrare nei particolari, se vuoi essere sicura che un’antifrasi – si chiama così una frase in cui dici l’opposto di ciò che pensi – venga percepita come ironia anziché come sarcasmo, devi utilizzare tre ingredienti fondamentali: (1) la persona a cui rivolgi la frase ironica deve avere una percezione positiva di te; (2) l’argomento su cui fai ironia non deve essere un argomento “sensibile” per l’altro, un argomento per cui potrebbe offendersi se esprimi un giudizio; (3) e, soprattutto, quando pronunci la frase ironica devi farlo col sorriso! Se rispetterai questi tre ingredienti il fiore delicato dell’ironia potrà sbocciare in tutta la sua bellezza.

 

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