Vocabolario Strategico

Lemmi tratti dal “Dizionario Internazionale di Psicoterapia” (Garzanti)

Termine definito dalla logica non ordinaria come un enunciato che non può essere definito né vero né falso, andando a violare il noto principio aristotelico del “terzo escluso”, secondo il quale non esistono appunto altre possibilità oltre alle due proposte. Il costrutto di ambivalenza è particolarmente importante in relazione al rapporto che ogni individuo intrattiene con se stesso, gli altri e il mondo, poiché all’interno di questa complessa rete di interazioni i fenomeni di ambivalenza non sono un’eccezione ma una regola. Tra gli studi più rilevanti sull’ambivalenza spiccano quelli della scuola di Palo Alto relativi alla pragmatica e al suo mettere in risalto gli aspetti di ambivalenza della comunicazione umana e i suoi effetti sull’agire degli individui. Nel campo della psicoterapia il costrutto di ambivalenza rappresenta un fenomeno trasversale in quanto ineludibile caratteristica della relazione terapeutica, anche quando, come in certi approcci di tipo cognitivo-comportamentale, se ne vorrebbe limitare (se non eliminare) l’influenza. Al contrario, alcune forme di psicoterapia, come quelle strategiche e sistemiche, utilizzano le ambivalenze come strumenti per la messa a punto e l’applicazione delle strategie di cambiamento, per esempio la prescrizione di un sintomo.
Capacità di una strategia di autocorreggersi nel corso del proprio svolgimento sulla base degli effetti prodotti dall’intervento stesso. Un modello di psicoterapia è autocorrettivo quando è in grado di correggere la rotta dell’intervento fase per fase, a seconda delle risposte che il paziente dà alle indicazioni del terapeuta. Se l’indicazione data non produce l’effetto desiderato e anticipato dal terapeuta, infatti, questi è in grado di riadattare il proprio intervento sulla base della retroazione (o feedback) ottenuta in virtù dell’errore commesso. Il concetto di autocorrettività è strettamente correlato a quello di predittività, ovvero la possibilità che il terapeuta ha di anticipare tutti i possibili effetti del proprio interventoL’autocorrettività e la predittività, per molto tempo ignorati nell’ambito della psicoterapia, sono diventati costrutti centrali nelle più recenti evoluzioni del paradigma strategico, grazie al costante lavoro di ricerca-intervento e di costruzione di protocolli di trattamento portato avanti da Giorgio Nardone e dai suoi collaboratori. L’autocorrettività di un modello di psicoterapia, permettendo il riadattamento dell’intervento seduta per seduta, è garanzia di una maggiore rapidità ed efficienza dell’intervento stesso.
Nel processo di formazione delle credenze, J. Elster – logico e studioso delle dinamiche sociali – definisce l’autoinganno come la tendenza a «identificare la realtà con i propri desideri». Prendendo una netta distanza dagli assunti più tradizionali, che considerano l’autoinganno come l’effetto della debolezza di volontà o dello scarso controllo degli impulsi, questa definizione permette di capovolgere la prospettiva storica assumendo l’autoinganno come causa dell’origine e del mantenimento di credenze e relativi comportamenti. La logica dell’autoinganno si riferisce alla tendenza comune ad avvicinare la realtà al proprio modello consolidato di percezione e reazione. In quest’ottica, ogni persona altera la realtà in funzione delle proprie ridondanti predisposizioni percettivo-reattive, costruite e consolidate in virtù delle esperienze significative vissute nel corso della propria vita. E questo avviene sia nel caso in cui tali percezioni siano gradevoli (“sono una persona molto desiderabile e quindi tutti mi vogliono”) sia quando sono decisamente sgradevoli (“tutti mi rifiutano e mi evitano perché non sono all’altezza”). Per queste sue caratteristiche, la logica dell’autoinganno pervade ogni dimensione della nostra esistenza, rappresentando un potentissimo strumento in grado sia di creare difficoltà e problemi da risolvere, sia di fornire soluzioni e possibilità di cambiamento. In questa prospettiva, non essendo possibile una percezione “veritiera” della realtà, ovvero una qualche percezione che non sia un autoinganno, l’unica differenza rilevante è  valutare se  il modo in cui si attua l’autoinganno è funzionale, ossia permette di esser efficaci nella relazione con se stessi, gli altri e il mondo, o è disfunzionale in una o più di questa tre relazioni interdipendenti.  Tutto questo ha delle notevoli implicazioni operative per chi si occupa di cambiamento in generale, e di psicoterapia in particolare, dal momento che qualsiasi intervento, personale o interpersonale, teso al cambiamento implicherà il guidare la persona a trasformare i propri autoinganni disfunzionali in autoinganni funzionali.
Progetto di ricerca nato nel 1967 al Mental Research Institute (mri) di Palo Alto (California) e divenuto il settore di ricerca più impegnativo e di maggior successo del mri. Nel 1965, R. Fisch contattò Don D. Jackson, fondatore e direttore del mri, con l’idea di dare vita a un «progetto di terapia breve e di valutazione clinica» per il quale Jackson riuscì a ottenere i fondi. Nacque così il Brief Therapy Center (btc), dove Fisch, J. Weakland e P. Watzlawick collaborarono allo sviluppo di un modello di psicoterapia strategica focalizzata sul problema e strutturata passo per passo, che abolì la maggior parte dei principi teorici su cui si basava allora la psicoterapia convenzionale (tempi lunghi, analisi intrapsichica, visione patologica, prospettiva storica lineare). Grazie alla sua concezione interazionale e circolare della formazione e risoluzione del problema, focalizzata sul qui-e-ora, la terapia presso il btc si è evoluta all’interno di una cornice sistemica e di una epistemologia costruttivista. Il Brief Therapy Project ha aperto la strada ad azioni terapeutiche oggi decisamente comuni ma che, a quel tempo, infransero la tradizione, come la registrazione delle sedute, l’uso dello specchio unidirezionale per osservare e intervenire nelle sedute in corso, il lavoro in gruppo, tutto all’interno di un numero di sedute ridotto e temporalmente ben definito.
Si distinguono due differenti tipologie di  cambiamento che si possono verificare in relazione a un sistema: il cambiamento di primo ordine, che si attua entro il sistema stesso lasciandolo immutato, e il cambiamento di secondo ordine, che è introdotto dall’esterno e produce modificazioni all’interno del sistema. Quando il sistema, sia esso un singolo individuo, un gruppo o una famiglia, si trova di fronte a un problema da risolvere, solo il cambiamento di secondo ordine rappresenta una soluzione concreta ed efficace, richiedendo un salto di livello logico (cioè la fuoriuscita dal sistema). Ne deriva l’impossibilità per un qualsiasi sistema di generare dal suo interno le condizioni per tale cambiamento e la necessità che intervenga un elemento esterno al sistema stesso. Nel modello strategico, il cambiamento di secondo ordine viene indotto lavorando sulle tentate soluzioni adottate dalla persona (o comunque da tutti coloro che sono coinvolti nel sistema) per risolvere il problema, le quali, essendo dei cambiamenti del primo ordine, tendono invece a mantenerlo e complicarlo sempre più. Per ottenere il cambiamento di secondo ordine, che può apparire illogico o bizzarro, è solitamente necessario utilizzare logiche non ordinarie di intervento.
Principio secondo cui, all’interno di un sistema, un componente può influenzarne un secondo che a sua volta influenza il primo, costituendo un anello ricorsivo. Si contrappone al principio di causalità lineare secondo cui una causa produce un effetto e questo effetto non può modificare la causa antecedente: A causa B e B non modifica A. Con il concetto di circolarità, invece, questa unidirezionalità viene meno: A e B sono causa ed effetto l’uno dell’altro. Nella descrizione o nella spiegazione delle componenti causali di un cambiamento sistemico non è possibile utilizzare una concezione lineare della causalità, identificando un unico fattore come determinante il comportamento successivo di un sistema. Nei sistemi cibernetici, tutto è connesso con tutto; questa connessione olistica e complessa si esprime attraverso azioni e retroazioni a causalità circolare. In un sistema come la famiglia, il comportamento di una persona rappresenta contemporaneamente la risposta al comportamento dell’altro e una fonte di influenza per lo stesso, in una relazione di causalità reciproca.
Disciplina che studia l’elaborazione e la trasmissione dell’informazione tra sistemi complessi come organismi viventi, macchine o strutture organizzative. Il termine inglese cybernetics fu introdotto dal matematico Wiener, che lo derivò dal greco kybernetetiké (téchne), ‘arte di governare un timone’. Nell’ambito psicoterapeutico, la cibernetica analizza le azioni intraprese e ripetute per muoversi verso il raggiungimento di un obiettivo, ovvero, più formalmente, è la scienza dei modelli ricorsivi di organizzazione, che studia come interazioni circolari dinamiche diano vita a un unicum coerente. Si distinguono due tipologie. La cibernetica semplice (di primo ordine) studia stabilità e cambiamento nei modelli di interazione organizzati con una circolarità semplice, inizialmente rappresentati in termini di ingresso, uscita, informazione e controllo. In psicoterapia la cibernetica semplice è esemplificata dalle “diagnosi interazionali”, dove il terapeuta utilizza il modo in cui un sistema risponde a un tentativo di modifica per riprogettare ulteriori interventi di cambiamento. In un contesto “problema e tentata soluzione”, il sistema cibernetico di primo ordine si focalizza sulla relazione circolare delle soluzioni che mantengono in vita, anziché risolvere, i problemi. Questa interazione tra il problema e la soluzione è stabile e mantiene il proprio schema ricorsivo attraverso una retroazione negativa (auto-correttiva). La cibernetica complessa (di secondo ordine) – il più elevato ordine di ricorsività della cibernetica applicata a se stessa, la “cibernetica della cibernetica” – studia stabilità e cambiamenti di circolarità radicati all’interno di altre circolarità. Si possono distinguere differenti ordini di circolarità, ricorsività e partecipazione organizzativa, il più importante dei quali è l’inclusione dell’osservatore e del terapeuta. L’enfasi sull’azione costruttivista di un terapeuta che osserva, sposta l’attenzione dalla scoperta all’invenzione e partecipazione attiva. Quest’ultima mette in evidenza il clinico come colui il quale crea distinzioni che generano esperienze particolari. In psicoterapia, il contributo del terapeuta nella costruzione di una realtà viene quindi enfatizzato rispetto alla mera valutazione osservativa del “presunto altro”, il cliente. Piuttosto che considerare il terapeuta come distinto dal cliente, ci si muove verso modalità più circolari nell’evidenziare il sistema interazionale terapeuta-cliente. Bateson basò la sua visione di cibernetica complessa su una gerarchia di ordini di circuiti cibernetici; von Foerster sul formalismo di ricorsività e autovalore (la stabilità realizzata attraverso la ricorsività); Maturana e Varela fondarono una loro cibernetica complessa abbandonando la metafora cibernetica e introducendo l’idea dei sistemi auto-prodotti. Riassumendo si può affermare che la cibernetica semplice è la scienza dei sistemi “osservati”, mentre la cibernetica complessa è la scienza dei sistemi “osservanti”: non si tratta di visioni opposte, ma di diverse prospettive. Un orientamento cibernetico alla psicoterapia è anch’esso ricorsivamente radicato, definendo e prescrivendo la co-partecipazione e co-costruzione del terapeuta con i clienti, sia nella modalità di primo che di secondo ordine.
Prospettiva epistemologica secondo cui la realtà è il prodotto dell’azione conoscitiva del soggetto. Contrapponendosi all’idea di realtà oggettiva, “a priori” e ontologicamente determinata, soggetta quindi ad essere “scoperta”, il costruttivismo sostiene l’idea che l’unica realtà possibile sia quella dipendente dalle operazioni mentali dell’osservatore, e in quanto tale, creata dall’atto stesso del conoscere. Per von Glasersfeld, la “realtà” può essere misurata solo sulla base dei concetti di pragmatismo, efficacia pratica e utilità, ovvero, usando le sue stesse parole, di «viabilità», ossia sulla base di ciò che è funzionalmente “percorribile”. Secondo la felice espressione di Watzlawick, ogni forma di conoscenza sarebbe sempre e comunque una realtà «inventata». Da questa premessa epistemologica conseguono alcune importanti applicazioni nel campo della psicoterapia. In primo luogo, l’attenzione data al “relativismo psicologico”, inteso come costruzione soggettiva, diversa da individuo a individuo, di ogni fenomeno mentale, permette di leggere la sofferenza psichica alla luce delle personali esperienze, dei vissuti e delle percezioni individuali, astenendosi da prospettive normative od organicistiche della psicopatologia. In secondo luogo, sostituendo al concetto di “verità” di una conoscenza quello di “adattamento” della conoscenza, il costruttivismo apre la strada a interventi mirati ai processi di adattamento disfunzionale/funzionale dell’individuo alla propria realtà percepita, dall’apprendimento di nuovi significati allo sviluppo di comportamenti alternativi, introducendo a fondamento metodologico di ogni intervento psicoterapeutico il costrutto teorico di «consapevolezza operativa». »

Molti degli approcci teorici della psicoterapia hanno fatto proprie le idee costruttiviste. Attualmente, si possono distinguere tre principali filoni: il costruttivismo radicale (che si rifà a H. von Foerster, von Glasersfeld e Watzlawick), il costruttivismo critico (Mahoney e Guidano), e la teoria dei «costrutti personali» di Kelly. Il costruttivismo radicale nega la possibilità stessa che possa esistere una realtà indipendente dalla presenza di un osservatore e conseguentemente afferma l’impossibilità di una conoscenza puramente oggettiva; il costruttivismo critico mantiene, al contrario, l’idea “realista” di una realtà indipendente dai processi mentali dell’osservatore e dunque non nega l’esistenza di un mondo fisico “reale” pur mantenendo l’accento sugli aspetti soggettivi del conoscere; infine, nella teoria dei «costrutti personali», l’accento è posto sulle possibili dimensioni di senso alternative che orientano la discriminazione conoscitiva e conseguentemente il formarsi di percezioni, concetti e “visioni del mondo”. La prospettiva costruttivista si lega a un’antica tradizione filosofica, già rintracciabile in alcuni filosofi greci di scuola sofistica come Protagora, il cui aforisma «di tutte le cose è misura l’uomo» può essere considerato la prima formulazione di una visione che enfatizza il carattere creativo dell’esperienza. Nel tardo periodo medioevale, un primo manifesto del pensiero costruttivista è identificabile trasversalmente nelle idee filosofiche di G. B. Vico, secondo il quale l’uomo è l’«artefice» delle proprie idee, e «la verità è in ciò che è fatto». In epoca moderna, il termine fu introdotto per la prima volta in campo psicologico da J. Piaget per descrivere lo sviluppo concettuale e cognitivo infantile quale effetto di una costruzione attiva della realtà. La prima teorizzazione compiutamente costruttivista viene ricondotta al lavoro di Kelly sui costrutti personali. Si deve poi a diversi autori, tra cui ricorderemo Watzlawick, H. von Foester, U. Maturana, F. Varela, il successivo sviluppo e la diffusione delle idee costruttiviste. La sistematizzazione teorica più completa dell’approccio costruttivista è opera del filosofo e cibernetico tedesco von Glasersfeld.

Metodo di diagnosi che si concentra su come il problema funziona e si mantiene dinamicamente nel presente. La diagnosi operativa si pone in contrasto con il prevalente metodo diagnostico descrittivo-categorico, che si focalizza sulla descrizione dei sintomi e sul loro posizionamento in categorie basate sulla somiglianza dei sintomi tra di loro. Le tipiche diagnosi psicologiche e psichiatriche consistono in una mera compilazione descrittiva di sintomi e non permettono quindi di ottenere alcun tipo di informazione su “come” risolvere il problema presentato. La diagnosi operativa, al contrario, ha il vantaggio di definire non solo le caratteristiche del problema da risolvere, ma anche gli specifici obiettivi del trattamento, poiché permette di svelare quali sono i meccanismi che mantengono il problema nel “qui-e-ora”. Una volta che il problema è stato diagnosticato operativamente, dunque, il focus dell’intervento procederà naturalmente nella direzione di sbloccare i meccanismi di persistenza del problema individuati attraverso il processo di diagnosi operativa. Se la diagnosi categorico-descrittiva è un processo staccato dalla terapia, quella operativa è invece parte integrante del trattamento dal momento che lo stesso processo diagnostico punta chiaramente alla direzione che il trattamento dovrebbe prendere per sbloccare il problema presentato.
In psicoterapia, capacità di ottenere gli effetti desiderati mediante un intervento terapeutico. I criteri di valutazione dell’efficacia possono variare enormemente a seconda del tipo di paradigma di riferimento e del modello teorico adottato dal terapeuta.
In psicoterapia,  quantità di mezzi e risorse utilizzati per conseguire il successo di un trattamento. Gli indici dell’efficienza possono essere molteplici, tra i quali la sofferenza, la fatica e gli sforzi compiuti dall’individuo o dal suo sistema sociale di appartenenza nel tentativo di gestire o risolvere il disagio; il tempo che, inteso nel duplice aspetto di durata dell’intervento e di numero di sedute necessarie a raggiungere gli obiettivi terapeutici, che rappresenta una delle caratteristiche principali nella valutazione dell’efficienza di un modello terapeutico. La diversa importanza attribuita all’efficienza rappresenta uno dei numerosi aspetti che differenziano le terapie brevi da quelle a lungo termine.
Espressione introdotta da F. Alexander nel 1946 per indicare quelle esperienze emotive concrete che permettono al paziente di “correggere” l’influenza traumatica di esperienze negative precedenti. Secondo Alexander, i cambiamenti terapeutici più significativi e duraturi non avverrebbero per semplice rievocazione dei ricordi rimossi nel passato, ma in virtù di esperienze reali vissute  dal paziente nel presente, nella relazione con il terapeuta o nella vita quotidiana, capaci di annullare l’effetto di quelle passate.

Il concetto di  esperienza emozionale correttiva è stato ripreso ed esteso nell’approccio  breve strategico, che ne ha fatto uno dei cardini principali della propria  processualità terapeutica. Come sottolineato da P. Watzlawick e G. Nardone, qualsiasi cambiamento che voglia essere rapido ed efficace deve innanzitutto produrre un’esperienza concreta di cambiamento percettivo-emotivo nella persona e solo successivamente essere sottoposto a riflessione cognitiva. Per ridurre al minimo la resistenza al cambiamento del paziente, il cambiamento terapeutico deve quindi passare innanzitutto dalla fase dell’esperienza e solo in un secondo momento essere tradotto a livello di consapevolezza cognitiva. L’esperienza emozionale correttiva in psicoterapia strategica è ottenuta mediante eventi casuali “pianificati”, ovvero situazioni che appaiono casuali al paziente, ma sono in realtà attentamente predisposte dal terapeuta per produrre l’effetto correttivo desiderato. Questa esperienza può essere provocata sia all’interno della seduta terapeutica, per esempio grazie all’uso del dialogo strategico, sia tra una seduta e l’altra, grazie all’utilizzo di prescrizioni di comportamento che il paziente deve introdurre nella propria quotidianità.

Nel corso di un trattamento strategico, periodi che hanno obiettivi e tecniche comuni. Il modello di trattamento specifico utilizzato dal terapeuta determina teoricamente il numero di fasi previsto e i compiti su cui il terapeuta si focalizzerà durante ogni fase.

Nella psicoterapia breve strategica modello Nardone si definiscono quattro fasi di terapia: inizio del gioco; sblocco della patologia; riorganizzazione delle regole del gioco e consolidamento del trattamento; fine del gioco. L’aggiunta della fase di consolidamento (terza fase) ha avuto il vantaggio di prevenire ricadute e ha prodotto migliori risultati a lungo termine rispetto al modello tradizionale di terapia strategica. L’inizio del gioco comprende la definizione del problema, l’identificazione del tipo di resistenza al cambiamento, l’indagine sulle tentate soluzioni e le manovre terapeutiche iniziali. Lo sblocco della patologia comporta la lo sblocco del sintomo/problema portato dal paziente, il cambiamento del suo rigido sistema percettivo-reattivo, la stimolazione di ulteriori cambiamenti e l’impedimento di un possibile ritorno del paziente alle precedenti tentate soluzioni. La riorganizzazione delle regole e il consolidamento  è la fase relativa alla misurazione dei cambiamenti che sono avvenuti durante la terapia, alla facilitazione e acquisizione di un sistema percettivo-reattivo più flessibile e all’agevolazione di un progressivo cambiamento fino al raggiungimento degli obiettivi concordati per il trattamento. La fine del gioco consiste nell’aiutare il paziente a riacquisire la completa autonomia personale, nell’evidenziare le risorse cui ha saputo attingere per superare il problema e nella chiusura degli interventi, cui seguirà una fase di semplice controllo (follow-up).

In psicoterapia, disciplina che si occupa della pianificazione delle azioni per il raggiungimento di uno scopo e anche dello studio dei criteri attraverso i quali si produce il risultato di un enunciato. Il ragionamento logico può seguire due vie: quella ipotetica deduttiva e quella costitutivo-deduttiva. Nel primo caso muove da ipotesi formulate sulla base della propria teoria di riferimento e, attraverso le applicazioni e il risultato, si giunge alla definizione corretta. Nel secondo caso, la deduzione è il frutto di interventi basati sull’obiettivo da raggiungere piuttosto che sulla teoria di riferimento, e il processo si aggiusta progressivamente nell’adattarsi agli effetti. Trasferendo questi due modelli logici alla psicoterapia si hanno, da una parte paradigmi e modelli che, muovendo dalla rilevazione e dall’osservazione diagnostica basata sulle teorie di riferimento, effettuano poi l’intervento terapeutico da esse previsto, dall’altra parte paradigmi e modelli che muovono dal costrutto di ricerca-azione o feedback cibernetico. In questi ultimi si introduce un cambiamento nel sistema osservato per rilevarne successivamente gli effetti e su questa base conoscere il funzionamento del sistema: sarà quindi possibile aggiustare progressivamente l’intervento terapeutico, calzandolo alla realtà con la quale si interagisce piuttosto che alla teoria e alla metodica di riferimento. Anche l’analisi del ragionamento può seguire due vie: quella delle logiche lineari e ordinarie e quella delle non ordinarie. Le logiche lineari e ordinarie, da Aristotele a Cartesio fino a Kant e ai pensatori più moderni, hanno dato luogo al modello basato sui criteri del terzo escluso, di non contraddizione, di coerenza e congruenza. Lo scopo di questi procedimenti è l’eliminazione delle antinomie e delle ambivalenze logiche. Le logiche non ordinarie invece contemplano, come strumenti da utilizzare per il raggiungimento di scopi, l’ ambivalenza e i suoi modi di esprimersi nella contraddizione, nei paradossi, nelle credenze e nell’autoinganno. All’interno del campo applicativo della psicoterapia fanno riferimento alla logica lineare e ordinaria tutte le terapie di stampo razionalista; mentre si riferiscono alla logica non ordinaria le terapie di tipo suggestivo ed evocativo. Tra queste ultime alcune, come gli approcci strategici e sistemici, hanno sviluppato particolari tecniche terapeutiche basate su logiche ambivalenti.
Centro di ricerca fondato nel 1959 da Don D. Jackson a Palo Alto,  grazie a fondi consistenti ottenuti per studiare l’interazione umana, la comunicazione e la psicoterapia. Jackson, psichiatra chiamato negli anni precedenti da G. Bateson a far parte del suo famoso gruppo di studio sulla comunicazione, in virtù dei suoi precedenti studi sulle omeostasi familiari, ritenne importante dare avvio a uno studio più focalizzato sugli aspetti patogeni delle interazioni tra gli esseri umani e sui metodi per risolvere tali problematiche. Il primo gruppo di lavoro era composto, oltre che dal suo fondatore, da J. Riskin, psichiatra il cui interesse era la schizofrenia, e V. Satir, assistente sociale e grande pioniera nel campo della terapia sistemica. A loro si aggiunsero poi Weakland, Watzlawick e Fish, mentre J. Haley collaborò ad alcuni progetti ma come esterno del gruppo. Negli anni ‘60 e ‘70, molti dei  pionieri della psicoterapia sistemica familiare e della psicoterapia breve e strategica hanno collaborato con il mri. La teoria e le tecniche della terapia interazionale sviluppate dagli studiosi di questo istituto hanno dato il fondamento  teorico-applicativo alla maggioranza dei modelli successivamente evolutisi in ambito sistemico-strategico. Questo è dimostrato dall’influenza delle teorie e delle tecniche prodotte dai suoi ricercatori e da tutti coloro che hanno afferito all’istituto sviluppando poi il loro personale lavoro (Watzlawick, G. Nardone, S. de Shazer, C.E. Sluzki, J.C. Coyne. J.J. Wittezaele, T. Garcia, L. Boscolo, G. Cecchin, M. Selvini Palazzoli, H. Stierlin), Tuttavia anche molti altri approcci non squisitamente interazionali hanno ripreso e adattato alle loro teorie e pratiche contributi della cosiddetta scuola di Palo Alto. Per questa ragione il lavoro sviluppato all’MRI può essere considerato una pietra miliare per tutto l’ambito della psicoterapia.
Particolare tipo di paradosso postulato da Watzlawick.  In una situazione interpersonale uno dei partner esige o presuppone da parte dell’altro un comportamento che per sua natura può verificarsi solo spontaneamente, e non quando viene richiesto: la richiesta stessa rende quindi impossibile proprio ciò che è stato richiesto. Esempi di questo tipo di paradosso, oltre al “sii spontaneo”, sono richieste come: “dovresti desiderarmi”, “dovresti aver voglia di studiare”, “dovresti essere felice”. Chiunque riceva queste ingiunzioni si trova in una posizione insostenibile, perché per accondiscendervi dovrebbe essere spontaneo entro uno schema di condiscendenza e non di spontaneità, mentre il concetto stesso di “spontaneità” richiede che un’azione sia svolta senza essere suggerita o richiesta direttamente. Di fronte a una sollecitazione di questo tipo la persona ha solo due alternative: rifiutarsi di accondiscendere (e quindi fallire nell’aderire alla richiesta) oppure cercare di aderire a queste ingiunzioni paradossali tramite la forza di volontà, facendo quindi la cosa giusta ma per la ragione sbagliata (ovvero, fallendo anche in questo caso).  In questo secondo caso, lo sforzo di volontà coscientemente orientato non solo rende impossibile il verificarsi di una reazione normale, spontanea, che non presuppone programmazione, ma finisce spesso per generare reazioni spontanee abnormi, non programmate e indesiderate. È quanto avviene, per esempio, quando una persona che soffre di attacchi di panico cerca di controllare l’ansia attraverso lo sforzo di volontà, finendo per scatenarla ancora di più fino ad arrivare al panico vero e proprio. O quando, cercando di prendere sonno volontariamente, si finisce inesorabilmente per rimanere svegli nel letto e in preda all’insonnia. Proprio in virtù della sua capacità di inibire le spontaneità, il paradosso del “sii spontaneo” è il criterio logico che sottende la  prescrizione del sintomo, tecnica utilizzata frequentemente negli approcci sistemici e strategici per sbloccare sintomi irrefrenabili.
Applicazione al campo dell’interazione tra gli esseri umani del costrutto di pragmatica derivante dalla linguistica formale. Watzlawick, J.H. Beavin e Don D. Jackson formularono nel 1967 il concetto di «pragmatica della comunicazione umana», divenuto costrutto chiave per un così gran numero di approcci terapeutici che non è possibile elencarli tutti. Sulla base dei contributi della semiotica, della teoria dell’informazione e della cibernetica questa formulazione ha condotto a comprendere meglio i processi terapeutici e ha offerto fondamentali contributi per la comunicazione terapeutica. Si tratta di un attento e dettagliato studio del livello pragmatico della comunicazione umana; infatti, dopo aver evidenziato i tre settori in cui si articola la comunicazione umana – sintassi (inerente tutte le problematiche legate alla codifica e decodifica dell’informazione, ai canali, alla ridondanza), semantica (riguardante il significato della comunicazione per i comunicanti) e pragmatica (concernente gli effetti comportamentali della comunicazione) – lo studio  passa a dimostrare come i comportamenti patologici (le psicopatologie) non esistano all’interno dell’individuo isolato, ma siano il frutto di interazioni patologiche tra le persone e lo fa sulla base di cinque assiomi individuati come fondamentali: 1) «non si può non comunicare»: non esiste un “non comportamento” e l’intero comportamento agito all’interno di una situazione di interazione rappresenta di per sé un messaggio comunicativo; 2) «ogni comunicazione ha un aspetto di contenuto e uno di relazione, di modo che il secondo classifica il primo ed è quindi una meta-comunicazione», ossia: ogni scambio comunicativo nel trasmettere un’informazione stabilisce anche una modalità relazionale definita dall’aspetto di comando (ingiunzione); 3) «la natura di una relazione dipende dalla punteggiatura delle sequenze di comportamenti tra i comunicanti»: la punteggiatura, cioè  organizza gli eventi comportamentali ed è essenziale per  l’interazione; 4) «gli esseri umani comunicano sia con il modulo numerico che con quello analogico; il linguaggio numerico (ovvero digitale) ha una sintassi logica assai complessa e di estrema efficacia, ma manca di una semantica adeguata nel settore della relazione, mentre il linguaggio analogico (ovvero per immagini) ha la semantica ma non ha nessuna sintassi adeguata per definire in un modo che non sia ambiguo la natura delle relazioni»: ogni volta che la relazione è il problema, il modulo numerico è privo di forza e diviene solo strumentale a una lotta che ha come obiettivo ristabilire un equilibrio; 5) «tutti gli scambi di comunicazione sono simmetrici o complementari, a seconda che siano basati sull’uguaglianza o sulla differenza»: nel primo caso, un parlante tende a rispecchiare il livello comportamentale dell’altro, nel secondo il comportamento di un parlante completa quello dell’altro e si avranno una posizione on-up e una one-down
In psicoterapia breve strategica modello Nardone, modello di intervento clinico, specifico per un determinato tipo di disturbo, composto da strategie e tecniche specifiche, organizzate in una sequenza progressiva di stadi terapeutici con peculiari obiettivi da raggiungere. La formulazione dei protocolli di trattamento rappresenta il passaggio dalla teoria generale sulla formazione e sulla soluzione dei problemi elaborata presso il Mental Research Institut (mri) di Palo Alto  a formulazioni specifiche relative al funzionamento di particolari patologie psicologiche e della loro soluzione in tempi brevi. I protocolli di intervento sono infatti costituiti da una sequenza pianificata di procedure tecniche in grado di adattarsi e autocorreggersi sulla base dell’evolversi dell’intervento stesso in modo che l’azione terapeutica presenti sistematicità e rigore a livello di struttura, ma anche flessibilità ed elasticità a livello di applicazione diretta. La loro messa a punto presso il Centro di Terapia Strategica di Arezzo, a opera di Nardone e dei suoi collaboratori, è iniziata studiando una prima casistica (i disturbi fobico-ossessivi) e sperimentando empiricamente in maniera sistematica e rigorosa quali interventi producessero effetti e quali fossero le tentate soluzioni ridondanti che venivano infrante. A questa prima   ricerca-intervento, ne sono seguite altre su altri tipi di disturbi, come quelli alimentari, sessuali, depressivi e il disturbo post-traumatico da stress. Durante la costruzione di un protocollo di trattamento, una volta abolite le tecniche meno efficaci, vengono selezionate quelle dimostratesi capaci di produrre effettivi cambiamenti e ne vengono messe a punto altre ex novo. Nel momento in cui una soluzione “calza” al problema e produce effettivi risultati, si cerca di adattarla e ripeterla su un numero più elevato di casi. Solo le tecniche che continuano a produrre cambiamenti, quando replicate su più problemi dello stesso tipo, vengono considerate empiricamente efficaci. Con questo metodo, a poco a poco si cerca di selezionare le tecniche più adatte per i particolari tipi di problemi, mettendole all’interno di una sequenza prefissata e ipotizzando possibili varianti, in modo tale da ottimizzare al massimo l’efficacia e l’efficienza dell’intervento, facendolo letteralmente “calzare” al problema. Gradualmente, per affinamenti e addizione di varie manovre, e “scremature” successive, si giunge alla costruzione di una prima, ordinata sequenza di possibili mosse e contromosse: una strategia. Questa strategia rappresenta il protocollo di trattamento del particolare disturbo studiato. Per essere ritenuto valido, un protocollo di trattamento strategico deve presentare particolari caratteristiche: efficacia superiore al 70%, efficienza media inferiore alle 20 sedute, replicabilità, trasmissibilità, predittività e  autocorrettività. Quest’ultima caratteristica è garanzia della salvaguardia dell’unicità dell’individuo e fa sì che i protocolli prevedano delle possibili varianti. Sulla base delle singole risposte del paziente alle prescrizioni, infatti, il terapeuta sceglie sempre la via più proficua tra alcune possibili: è sempre il modo in cui il paziente reagisce a guidare la scelta tra varie opzioni di mosse successive. Un secondo principio di autocorrezione completa e amplia il primo: la capacità del terapeuta di cambiare strategia quando quella applicata non funziona. Un protocollo di trattamento rappresenta quindi un modello di problem-solving costruito ad hoc per patterns ridondanti a livello di struttura del problema, che però necessita sempre di essere adattato alla irripetibilità di ogni singola persona e contesto. In virtù del suo essere predittivo, ossia capace di anticipare le possibili evoluzioni dell’interazione terapeutica, il protocollo permette così una costante e continua autocorrezione del modello di intervento sulla base degli effetti rilevati fase per fase.
Tendenza naturale che ogni sistema umano (individuo, coppia o famiglia) ha di resistere al cambiamento della propria condizione, mantenendo il proprio equilibrio omoestatico, anche quando esso sia decisamente disfunzionale (funzionale, equilibrio). La resistenza al cambiamento, quale caratteristica ineludibile degli esseri viventi, rappresenta uno dei temi centrali di tutti gli orientamenti  psicoterapeutici, anche se viene concettualizzata e gestita in modo differente a seconda dei differenti modelli. Il termine compare quindi con connotazioni diverse in tutta la storia della psicoterapia, da S. Freud e i suoi seguaci fino agli studiosi della Scuola di Palo Alto e M. Erickson, solo per citare alcuni fra i massimi studiosi di questo tema. Si possono individuare due principali orientamenti nell’affrontare la resistenza al cambiamento, a cui corrispondono modalità differenti nella strutturazione logica dell’intervento psicoterapeutico e nella scelta della tipologia di comunicazione utilizzata dal terapeuta. Da un lato ci sono quei modelli che affrontano la resistenza come qualcosa che va eliminato in maniera diretta, tramite la sua interpretazione (approcci psicodinamici) o razionalizzazione e comprensione (approcci cognitivi e comportamentali). Se pur con sostanziali differenze teorico-metodologiche, questi modelli utilizzano una logica di intervento ordinaria e delle modalità di comunicazione esplicativo-razionali. Dall’altro lato ci sono gli approcci in cui la resistenza viene aggirata o utilizzata in direzione del cambiamento (approcci sistemici e strategici) grazie all’utilizzo di logiche non ordinarie e di modalità di comunicazione suggestive e ingiuntive. Secondo quest’ottica, il fatto di non allertare in maniera diretta un sistema rispetto al suo cambiamento permetterebbe di ridurre al minimo la sua resistenza e di portare così al risultato desiderato in tempi decisamente più rapidi e con minor fatica.
Approccio interazionale sistemico-strategico dapprima avviato sulla base degli studi del gruppo di ricercatori del Mentale Research Institute, poi evolutosi in un ben più esteso concetto della psicoterapia come metodica basata sulla pragmatica della comunicazione, sia come fondamento del costituirsi delle patologie sia come strumento per la messa a punto e l’applicazione delle terapie (P. Watzlawick, G. Nardone, S. de Shazer, C.E. Sluzki, J.C. Coyne. J.J. Wittezaele, T. Garcia, L. Boscolo, G. Cecchin, M. Selvini Palazzoli, H. Stierlin).
In psicoterapia breve strategica modello Nardone, modalità ridondante di percezione e reazione di un individuo nei confronti della realtà, che si esprime nel funzionamento delle tre fondamentali tipologie di relazione interdipendenti: la relazione tra il Sé e il Sé, la relazione tra il Sé e gli altri, la relazione tra il Sé e il mondo. Secondo tale prospettiva, il disturbo psichico e comportamentale è determinato dalla modalità con cui il soggetto percepisce la realtà, realtà a cui reagisce con un comportamento disfunzionale (ritenuto però dall’individuo la reazione migliore a quella data situazione). Il ridondante ripetersi di tentativi fallimentari di soluzione del problema (le cosiddette tentate soluzioni), infatti, invece di risolvere il problema lo alimenta, determinando la formazione di un vero e proprio sistema in grado di automantenersi e autocostruirsi (cibernetica, autopoiesi) tra tentate soluzioni e persistenza del problema. Questa dinamica circolare di retroazioni tende a mantenere la stabilità e l’equilibrio di tale sistema, anche se questo risulta essere disfunzionale per il soggetto. Viene così a strutturarsi quello che la psicoterapia breve strategica modello Nardone definisce un sistema percettivo-reattivo patogeno, che si esprime nell’ostinata perseveranza a utilizzare una strategia apparentemente produttiva, o che ha funzionato nel passato per un problema simile, ma che nell’attuale situazione funziona come riverberatore del problema stesso.
Nell’arte bellica è l’espediente astuto per vincere un avversario più forte, spesso rivoltandone la forza a suo danno (come in alcune arti marziali). Nell’arte retorica è il trucco persuasivo alternativo all’argomentazione cogente. L’uso estensivo dello “stratagemma terapeutico” nella soluzione di difficoltà umane si deve a M. Erickson, ma una teorizzazione dello stratagemma in psicoterapia si ha col costruttivismo radicale  e la psicoterapia breve strategica modello Nardone, dove lo stratagemma (detto anche “trabocchetto comportamentale”) è uno strumento atto a costruire “eventi casuali pianificati”, ristrutturazioni e argomentazioni persuasive per fornire al paziente esperienze emozionali correttive in grado di sostituire le sue costruzioni mentali disfunzionali con altre più funzionali. Lo stratagemma può essere considerato l’applicazione alla terapia di logiche non ordinarie, e presuppone il ricorso a modalità non convenzionali di definizione e risoluzione dei problemi.
Logica di soluzione applicata all’agire terapeutico e finalizzata a obiettivi specifici o generali di cambiamento. Nel primo caso la strategia è volta a infrangere il circolo vizioso di una patologia specifica (cessazione/diminuzione del disagio), mentre nel secondo caso è orientata a produrre un cambiamento aspecifico (aumento del benessere). La strategia è collocabile a un livello di astrazione differente rispetto al singolo stratagemma. Sebbene spesso utilizzati come sinonimi, la strategia rappresenta la programmazione e l’attuazione di un piano d’azione finalizzato e predeterminato, e comprende tutte le fasi necessarie a questo scopo: analisi del problema, definizione degli obiettivi da raggiungere, applicazione delle soluzioni, raggiungimento e valutazione dei risultati. Lo stratagemma rappresenta, al contrario, il singolo espediente o accorgimento utilizzato per superare la singola situazione problematica. Metaforicamente, la strategia permette di vincere la guerra mentre lo stratagemma si occupa di vincere la battaglia. L’uso di strategie in psicoterapia ha raggiunto la sua massima sistematizzazione teorico-pratica nel paradigma interazionale-strategico, ma è comune anche in altri tipi di terapia, dagli approcci cognitivi a quelli psicoanalitici. È infatti virtualmente impossibile pensare a qualche forma di aiuto psicoterapeutico professionale senza il ricorso a strategie d’intervento che guidino le azioni del terapeuta. La scelta delle strategie da adottare varia in relazione all’epistemologia di riferimento del terapeuta: i presupposti teorici e le ipotesi di lavoro svolgono un ruolo guida nel dirigere il pensiero produttivo del terapeuta, e dunque nel trovare e mettere in pratica soluzioni
Espressione che definisce i tentativi fatti, sia dalla persona che soffre un problema sia da quelle con cui è in relazione (inclusi i partners, gli amici, i precedenti terapeuti, lo staff medico), per cercare di risolvere, ma infruttuosamente, il problema stesso.

Nell’ambito della psicoterapia breve modello mri, si sottolinea l’importanza di indagare su questi tentativi perché la loro individuazione permette al terapeuta di sapere che cosa non deve fare (tutte le modalità di soluzione che non hanno avuto successo non devono essere protratte o ripetute, neppure in forma variata); inoltre, si ascrive alle tentate soluzioni una grossa parte di responsabilità nella persistenza del problema: uno degli obiettivi della terapia breve modello mri è quindi la rivelazione di questi tentativi fallimentari; se si riesce a bloccare nel cliente ciò che ha aiutato a tenere in vita il problema, il problema scomparirà. In molti casi le tentate soluzioni seguono un “tema” principale, un messaggio comune: l’identificazione di questo messaggio comune può aiutare a progettare la manovra chiamata «180 gradi» o anche «intervento paradossale».

Le tentate soluzioni sono un costrutto chiave anche nell’ambito della psicoterapia breve strategica modello Nardone; se non hanno buon esito, finiscono per complicare la situazione e far peggiorare il problema. L’intera tradizione strategica ha evidenziato come non esista alcun nesso logico tra come un problema si è formato e come possa essere risolto, emergendo invece sempre più chiaramente la relazione tra come un problema persiste e ciò che le persone fanno, senza successo, per risolverlo; con la parole di P. Watzlawick: «le tentate soluzioni diventano il problema».  Il costrutto di tentata soluzione è stato introdotto all’interno del Brief Therapy Project e presentato per la prima volta nel 1974 in Change. In quest’opera, che ha segnato la nascita del primo modello di terapia strategica, si distingue il costrutto di «difficoltà» da quello di «problema». La «difficoltà» viene definita come uno stato di cose indesiderabile che può essere risolto con qualche azione dettata dal senso comune, oppure una situazione indesiderabile ma per la quale non esiste alcuna soluzione nota e che, almeno momentaneamente, bisogna accettare. Il «problema» rappresenta invece una specifica situazione che attende una soluzione e può essere visto come esito di una trattazione errata delle difficoltà. Sono tre le situazioni che hanno il potere di trasformare in problema una difficoltà: quella in cui si interviene quando non si dovrebbe, non si interviene quando si dovrebbe o si interviene in modo sbagliato. In tutti e tre i casi, solitamente la tendenza è quella di  reiterare la medesima soluzione nonostante il persistere della difficoltà. Quando un sistema è in questa situazione continua a passare attraverso tutti i possibili cambiamenti interni senza però poter provocare un cambiamento effettivo del sistema stesso, cosa che porterebbe alla risoluzione del problema. La rottura di questo equilibrio “patologico” si ottiene solo intervenendo sulle soluzioni disfunzionali adottate dal paziente. Scopo di un intervento strategico appare, di conseguenza, quello di interrompere quel circolo vizioso che si è venuto a creare tra le tentate soluzioni e la persistenza del problema mediante specifiche indicazioni terapeutiche in grado di sovvertire l’equilibrio patogeno del sistema. Il costrutto di tentata soluzione da questo punto di vista rappresenta non soltanto il veicolo principale per conoscere il funzionamento di un problema, ma anche la via di accesso privilegiata per la sua risoluzione. Nel lavoro di Nardone e del suo gruppo,  il costrutto di tentata soluzione è apparso sempre più fecondo quale «riduttore di complessità» per l’intervento terapeutico e la conoscenza del funzionamento dei principali disturbi psicologici. Tramite i diversi progetti di ricerca-intervento condotti presso il Centro di Terapia Strategica di Arezzo, proprio attraverso questo costrutto è stato possibile creare non solo dei protocolli di trattamento particolarmente efficaci ed efficienti, ma anche una categorizzazione di tipo operativo dei diversi disturbi psicologici sulla base di classi ridondanti di tentate soluzioni. Nel modello più evoluto di terapia strategica, dunque, le tentate soluzioni si configurano non solo come la principale chiave di accesso per la risoluzione di un problema, ma anche come costrutti di tipo conoscitivo, poiché, una volta individuate e bloccate, permettono al terapeuta di conoscere come funzionava il problema, ovvero si conosce un problema mediante la sua soluzione.

 

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