Invidiabili fuori e invidiosi dentro, si muovono in bilico tra onnipotenza fittizia e vera impotenza. (Claudio Widmann)

  

Il test della meravigliosa cattedrale: invisibilità delle strategie narcisistiche 

Le strategie narcisistiche sono invisibili (si potrebbe anche dire “subdole”). Per toccare con mano quanto lo siano, ti invito a effettuare un semplice test: chiamiamolo il “Test della Meravigliosa Cattedrale”. Immagina di aver costruito una grandissima e straordinaria cattedrale: vorresti che tutti sapessero che sei proprio tu l’autore di quel capolavoro? Sì? Se la tua risposta è affermativa allora la domanda che segue è: “Perché mai?”. Come mai è così importante per te che tutti lo sappiano? Non dovrebbe soddisfarti il solo essere consapevole di aver fatto un buon lavoro? Venire a conoscenza del fatto che le persone gioiranno del frutto della tua fatica non dovrebbe bastarti? E la loro soddisfazione non dipenderà dal conoscere o meno il tuo nome. 

Perché dobbiamo parlare di narcisismo: un cancro per le relazioni

Come mai dobbiamo parlare di narcisismo? Perché se ne parla troppo poco. Non lo dico in senso generale: è un tema che ogni tanto emerge. Mi riferisco al caso specifico della terapia breve, in cui non si parla di disturbo narcisistico, né di strategie narcisistiche, e i rari testi che ne fanno menzione lo citano in maniera indiretta parlando di dipendenza affettiva. D’altronde, tra questa e il narcisismo vi è una perfetta complementarietà: da una parte una persona molto sensibile che necessita di dipendere da qualcuno, dall’altra parte una persona insensibile che necessita di adoratori: un perfetto match tra manipolatore e manipolabile. Chi soffre di narcisismo ama infatti circondarsi di persone facilmente convincibili del fatto che è proprio lui ad avere sempre ragione; persone disposte a sottomettersi alla sua volontà, senza ribellarsi troppo. In questo modo garantisce a se stesso una posizione di potere che – coloro che gli stanno attorno – non si azzardano nemmeno (o più) a mettere in discussione… ma, come scrive Alexander Lowen, non può esserci amore nei rapporti in cui il potere ha un ruolo così determinante. 

In questo senso il narcisismo è un cancro, un cancro relazionale, perché chi ne soffre impronta ogni tipo di relazione – anche quelle più intime – alla propria esclusiva utilità. Tutto ciò che conta è il proprio tornaconto personale, niente di più. Ogni forma di gratuità è esclusa. Rassegnati, suggerisce Les Carter, sarai sempre e soltanto un attore finito per caso sul suo palcoscenico. Una prova – drammatica e concreta – del grado di tossicità relazionale di chi soffre di narcisismo è data dalla condizione delle partner (utilizzo il femminile perché statisticamente il disturbo narcisistico colpisce più facilmente gli uomini): finiscono per soffrire di problematiche di vario tipo, psicosomatiche ad esempio, come stanchezza cronica, malattie autoimmuni, e molto altro. Negli USA si è iniziato a parlare di “sindrome da abuso narcisistico” che, sebbene non sia ancora riconosciuta ufficialmente, sta raccogliendo un accordo sempre maggiore tra i professionisti della salute mentale. Questa sindrome si presenta con caratteristiche simili al disturbo post traumatico da stress ma, in questo caso, è la relazione abusante l’origine dei sintomi.

Soffre di narcisismo anche se dice di essere felice: i benefici degli autoinganni

Poco sopra ho utilizzato alcune volte, e deliberatamente, l’espressione “soffrire di narcisismo”, anche se la parola “sofferenza” per il disturbo narcisistico potrebbe sembrare inappropriata. Di solito, infatti, queste persone raccontano di sé di stare benissimo; attribuiscono spesso a se stessi un punteggio elevato nella scala della felicità e dell’autostima. Utilizzando le parole di Glen Gabbard, se ne può quindi dedurre che ricavino dei grandi benefici psicologici dall’autoingannarsi.

Dobbiamo quindi parlare di narcisismo perché è tossico per le relazioni, che vengono tutte asservite alla logica del potere, e perché spesso si cela dietro una facciata di efficacia, felicità e successo. E se uno psicoterapeuta tratta tutti-i-disturbi-meno-il-narcisismo resta cieco alla reale evoluzione psicologica delle persone, finendo per considerare sane delle strategie che di sano hanno davvero poco.

Una precisazione, però. Tutte le strategie di per sé sono neutre: non sono né buone né cattive. Dipende dal movente e dal fine per cui vengono utilizzate. Una strategia è sana o meno a seconda della percezione sottesa, e dell’effetto che produce in sé e nell’ambiente circostante. Come accade ad esempio per le strategie volte a ottenere successo: sono di per sé neutre… ma il successo non giustifica se stesso, ovvero l’ottenerlo non è in alcun modo prova di salute mentale: anche Hitler aveva successo. La domanda importante da farti è quindi: a che cosa ti serve il successo? E, soprattutto: a che cosa serve agli altri? Perché se l’utilità è quella di ingrassare la tua immagine agli occhi altrui, e se per ottenerlo sei disposto a giocarti qualsiasi carta, c’è da essere certi che dietro si annida qualcosa di poco sano.

Club dei Narciso e disturbo narcisistico: differenze e similitudini 

Prima di proseguire si impone un’ulteriore precisazione. Il “Club dei Narciso” è un bel club psicologico, una bella inclinazione psicologica; come lo sono tutte le altre, d’altronde (dal mio punto di vista sono nove le inclinazioni psicologiche più diffuse). Al club dei narciso appartengono persone che hanno capacità attrattiva, di leadership: per loro è facile suscitare entusiasmo e un senso di coinvolgimento. Si tratta quindi di una bella inclinazione psicologica. I problemi arrivano quando detta inclinazione si inclina talmente tanto da diventare un burrone: il precipizio del disturbo narcisistico. Ma le tentate soluzioni – le strategie inefficaci tipiche dell’inclinazione psicologica, che creano e mantengono i problemi del club psicologico – restano le stesse, tanto in un profilo equilibrato quanto in uno squilibrato. La differenza risiede nel fatto che nella bella inclinazione dei narciso le tentate soluzioni sono flessibili e la persona riesce facilmente a farne a meno, mentre nel disturbo narcisistico si sclerotizzano, e la persona non riesce facilmente (e nei casi più gravi non riesce più) a rinunciarvi.

Descrizione cibernetica: quattro elementi in interazione e la dinamica paradossale

Diamo a questo punto una descrizione operativa del problema narcisistico. Quando si effettua una descrizione cibernetica di un problema – è il tipo di descrizione utilizzata in terapia breve – vanno considerati quattro elementi tra loro in interazione: (1) la percezione della persona, ovvero gli occhiali con cui osserva il mondo, il suo vissuto emotivo e percettivo a partire da cui dà senso a tutto ciò che le accade; (2) le tentate soluzioni, ovvero le strategie con cui gestisce la realtà, complicandola e rendendola problematica; (3) la percezione dell’ambiente circostante, ovvero il punto di vista, l’interpretazione, il vissuto delle persone che si trovano a interagire con il soggetto; (4) e infine i loro feedback – le retroazioni dell’ambiente – ovvero le tentate soluzioni messe in atto dalle persone circostanti per gestire il soggetto; azioni che, anziché migliorare la situazione, finiscono per aggravarla. Il circuito cibernetico che mantiene in piedi il problema narcisistico è quindi caratterizzato da una specifica percezione del singolo, da specifiche azioni che mette in atto a seguito di dette percezioni, dalle percezioni che le persone attorno sviluppano rispetto alle sue azioni, e dalle loro retroazioni… il tutto stretto in un circuito circolare di feedback che si autoalimentano, tanto da non essere più chiaro chi è causa di cosa: se all’origine del problema vi è la percezione del singolo, la percezione delle persone circostanti, le azioni del singolo o le retroazioni dell’ambiente. 

La caratteristica tipica di ogni circuito cibernetico è quella di reggersi su una dinamica paradossale: ciò che la persona tenta di fare per ben gestire il suo problema (e ciò che le persone attorno tentano di fare per gestire la persona problematica) non fa altro che incrementare il problema stesso. Così, ad esempio, più una persona con un disturbo fobico – per poter stare meglio – evita ciò che teme, e più finisce per incrementare le proprie paure; e, da parte dell’ambiente circostante, più le persone che le stanno intorno offrono il loro supporto, e più incrementano in lei il senso di incapacità. Più una persona con un disturbo paranoico si mette sulla difensiva per proteggersi dalla negatività degli altri, e più ha la sensazione che gli altri le diano contro; più gli altri cercano di farle usare la ragione per capire che si tratta solo di sue fantasie, e più si trasformano in nemici. Più una persona con un disturbo ossessivo-compulsivo mette in atto dei rituali per sentirsi sicura, e più l’insicurezza si accentua; più le persone attorno le danno una mano a effettuare i suoi rituali – per evitare che si agiti – e più i rituali aumentano. E qual è il circuito cibernetico del disturbo narcisistico, e quali sono i paradossi con cui viene alimentato?

Il circuito narcisistico: percezioni, azioni e retroazioni 

Partiamo anzitutto dalla percezione della persona che soffre di narcisismo. La percezione è caratterizza da un cronico senso di inferiorità: “Mi sento inferiore, e il sentirsi inferiori fa stare male e fa ottenere le peggiori cose dagli altri. Il mondo è diviso in persone inferiori e persone superiori, e chi è inferiore è uno sfigato”. Il senso cronico di inferiorità porta a sostituire il sentimento d’amore con quello di invidia, impedendo alla persona, ad esempio, di gioire dei successi dei propri figli, così come di quelli dei propri allievi. E si tratta di un’invidia del tutto immotivata: è nella natura delle relazioni l’essere fieri del frutto del proprio albero… ma per chi soffre di narcisismo ciò non accade: anche i propri figli e i propri allievi in realtà sono “altri diversi da sé” e quindi persone da tenere in una posizione di inferiorità. Tutto è letto attraverso la lente del potere, e l’invidia è la crepa da cui si scorge in maniera certa la percezione deformata dal narcisismo. 

A seguito di questa percezione, e per cercare di alleviarla, le azioni messe in atto ruotano attorno alla ricerca di ammirazione. Questo diventa il vero problema da risolvere: “Come faccio ad essere ammirato? Come si conquista il potere? Come si fa a sedurre?”. In altre parole, le tentate soluzioni narcisistiche sono tutte volte alla manipolazione, nel senso peggiore che questa parola possa assumere. Perché se nel persuadere si utilizzano le tecniche di comunicazione efficace per portare l’altro a fare ciò che per lui è un bene, nella manipolazione quelle stesse tecniche vengono utilizzate per portare l’acqua al proprio mulino, lasciando l’altro a bocca asciutta e nella dipendenza.

Ma non finisce qui, perché un disturbo psicologico si mantiene in piedi anche perché l’ambiente circostante lo rende possibile. Qual è, quindi, la percezione delle persone che stanno attorno a chi soffre di narcisismo? Si tratta di un mix di ammirazione e fastidio, in bilico tra amore e odio, tra desiderio e repulsione: un sentimento ambivalente… e altrettanto ambivalente quanto quello provato da chi soffre di narcisismo. Se nel suo caso la dinamica paradossale in cui resta intrappolato è: “Più riesco a ottenere ammirazione e più mi sento un inetto”, quella delle persone che gli stanno attorno è invece: “Più assecondo i suoi desideri e meno sono in grado di percepire i miei”. L’accettare da parte delle persone circostanti una relazione basata sull’ambivalenza le pone all’interno di un vincolo, al tempo stesso, tossico e inossidabile: non riescono a vivere né con lui né senza di lui. 

Ecco, quindi, alcune retroazioni delle persone circostanti: mostrare la propria ammirazione (reale o simulata), sottostare (ob torto collo) al suo volere, parlare di lui tutto il tempo: di quanto stanno male per colpa sua, quanto però si sentono legate, e quanto vorrebbero starne lontani, ma quanto purtroppo non ci riescono, eccetera. È il caso della madre tenuta sotto scacco dalle bizze narcisistiche del figlio – dietro cui si danna – che, un giorno sì e un giorno no, minaccia il suicidio; ed è il caso di quei collaboratori che si piegano a qualsiasi richiesta – accettando anche l’inaccettabile – pur di non perdere il rapporto con una persona ritenuta in grado di dispensare grandi benefici… Che poi di grandi benefici non si tratta perché, dipendere da una persona che soffre di narcisismo, è come dipendere dalle sigarette: qualcosa verso cui ti senti legato per il beneficio che credi ti stia portando, mentre in realtà ti sta solo provocando danni… Ma non ti azzardare a parlare male delle sigarette a un fumatore, del dittatore al suo suddito, del narciso alla sua dipendente affettiva.

Come intervenire: tentate soluzioni narcisistiche e primi passi del processo terapeutico

Adesso, come si lavora con una persona con questo tipo di disturbo? Anzitutto un narciso non sceglie chiunque: vuole “Il Migliore”. In tal senso, si è in grado di attirare questa tipologia di persone soltanto se si è professionisti stimati e con un certo successo attestato. Altro aspetto da tenere in considerazione: non si può entrare in contrasto con un paziente del genere; è necessario invece entrare dentro il suo “sistema” e, dal di dentro, cercare di farlo evolvere. Per questo è essenziale che, inizialmente, l’intervento terapeutico si concentri sull’aiuto rispetto alle problematiche portate dalla persona, in modo tale da attestarsi ancor di più come punto di riferimento. D’altronde, è davvero raro che un paziente si presenti in psicoterapia dicendo che soffre di narcisismo; si presenta invece portando altre problematiche come ansia sociale, attacchi di panico, ipocondria, patofobia, un lutto amoroso… Ma, dopo il primo problema presentato e risolto, non bisogna fermarsi. Nessun paziente chiederà mai di essere curato per il suo narcisismo se non sei tu come psicoterapeuta a sbandierarglielo in faccia. Questo contraddice uno dei punti saldi della terapia breve: “Bisogna seguire solo ciò che il paziente chiede”. È vero… tranne nel caso del narcisismo. Il nostro compito precipuo è aumentare l’equilibrio delle persone, e una persona che soffre di narcisismo è squilibrata, ed è tuo dovere sottoporgli ciò che da solo non è in grado di chiedere; e non è in grado di chiederlo perché non è in grado di vederlo. 

Una volta consolidato il rapporto di fiducia – nutrito da un reale apprezzamento per le sue doti e capacità – i primi passi nel trattamento terapeutico del narcisismo possono prendere la forma di un ribaltamento del suo paradigma: “Tutto ciò che fai per sembrare figo, in realtà è proprio da sfigato”.  Figo/sfigato è una binomio che un narciso comprende molto bene: lo utilizza per orientarsi nel mondo. Il messaggio da passare è quindi: “C’è un modo da sfigati per sembrare una persona importante, ed è esattamente ciò che stai facendo” (corrisponde alle strategie narcisistiche che sta mettendo in atto). “E c’è, invece, un modo realmente eroico di stare al mondo” (che corrisponde alle strategie anti-narcisistiche). “Gli strumenti che stai utilizzando per ottenere potere, visibilità, ammirazione, notorietà… puzzano di sfiga. Te ne sei mai accorto? Sono strategie che dobbiamo invertire”. Va evocata, insomma, una sana e terapeutica avversione per le tentate soluzioni narcisistiche, utilizzando il linguaggio tipico del narciso per girarlo contro il disturbo. Ad esempio, una tipica strategia narcisistica è l’auto-giustificazione, l’auto-protezione. Per ogni errore commesso il narciso tende – in modo codardo – ad addossare la responsabilità agli altri, dicendo ad esempio: “E’ colpa loro!”, o “La situazione me lo imponeva, non avrei potuto fare diversamente!”. Senti, invece, quanto è più eroico ammettere: “Ho commesso un errore, e me ne prendo pienamente la responsabilità”. Oppure, in modo volgare, tende a dire: “E’ la competizione del più forte! È la natura: mors tua, vita mea!”. Senti invece quanto è più coraggioso riconoscere i propri limiti: “E’ vero, mi sono comportato da persona invidiosa nel mettere il bastone tra le ruote a quel collega. Gli porgerò le mie scuse”. O ancora, al momento della rottura con una fidanzata tende a dire, in modo patetico e negando il dolore provato: “Ci sono molti pesci nell’oceano!”, oppure può scrivere alla diretta interessata qualcosa come: “Ti pentirai di avermi lasciato!” o, ancor peggio, può inviarle delle foto osé accompagnandole con il messaggio: “Guarda qui cosa ti sei persa!”. Quanto invece è più eroico fronteggiarla vis-a-vis dicendole, senza mascherare le proprie emozioni: “Non insisterò perché torniamo insieme. Voglio che ti senta libera, anche se mi manchi da morire”. 

Bulli, bullizzati… e, soprattutto, gli altri attorno

In chiusura vorrei proporre una prospettiva terapeutica fuori dalla stanza dello psicoterapeuta: se hai davanti a te una persona che soffre di anoressia, la aiuti a convincersi ancora di più che fa bene a stare così come sta, e che fa bene a smettere di mangiare fino a morire di questo disturbo? Credo proprio di no. Allo stesso modo, se hai davanti a te una persona che ha un disturbo narcisistico, perché ingrassi il suo ego mostrandogli ammirazione? Perché il farlo ti porta qualche vantaggio? Perché hai degli interessi economici in comune? Perché è una persona di successo e potrebbe tornarti utile il rapporto con lui? I propri interessi personali non dovrebbero scavalcare (né cavalcare) il disagio di un’altra persona: agire in modo tale da aumentare il reale benessere psicologico di chi ci sta intorno, questa dovrebbe essere la priorità… anche se ciò significa tagliare dei rapporti e prendere le distanze. 

Sappiamo bene come funziona il bullismo. Sintetizzo: c’è un bullo, un bullizzato, e poi – attorno – tanti che guardano senza intervenire. È utile aiutare il bullo a capire quello che non va nel suo comportamento? Certo. Serve aiutare il bullizzato a gestire diversamente la situazione? Sì, serve. Ma sapete cosa aiuta di più? Far capire agli spettatori che sono loro i veri protagonisti: nel non fare niente, accettano quella situazione. La rendono lecita insomma… ed è quindi come se ne approfittassero: con la loro presenza silenziosa legittimano uno spettacolo senza neanche aver pagato il biglietto. Allora, la prossima volta che avrai a che fare con una persona che soffre di narcisismo domandati se, ingrassando in lui il senso di ammirazione o accettando silenziosamente le sue azioni – anche quelle deprecabili -, stai in realtà acquistando anche tu un biglietto gratuito per uno spettacolo davvero poco edificante.

BIBLIOGRAFIA

Carter, L. (2010). Difendersi dai narcisisti. Come non farsi rovinare la vita da chi pensa solo a se stesso. Milano: TEA

Casanova, G. (2004). Io e le donne. Le 13 regole della seduzione. Firenze: Stranamore

Fossati, A., Borroni, S. (a cura di) (2018). Narcisismo patologico. Aspetti clinici e forensi. Milano: Raffaello Cortina  

Freud, S. (2012). Introduzione al narcisismo. Inibizione, sintomo e angoscia. Torino: Bollati Boringhieri

Gabbard, G.O., Crisp, H. (2019). Il disagio del narcisismo. Dilemmi diagnostici e strategie terapeutiche con pazienti narcisisti. Milano: Raffaello Cortina

Lowen, A. (2013). Narcisismo. L’identità rinnegata. Milano: Feltrinelli

Nanetti, F. (2016). Narcisismi. I volti del male nella scena della vita quotidiana. Bologna: Pendagron

Paoli, B. (2016). La comunicazione efficace. Obiettivi e strategie. Torino: Golem

Paoli, B. (2019). La sottile arte di incasinarsi la vita. Come evitare le trappole della mente e vivere felici. Milano: Mondadori

Saeed, K. (2016). 10 Essential Survivor Secrets to Liberate Yourself from Narcissistic Abuse. Kindle Edition 

Secci, E.M. (2014). I narcisisti perversi e le unioni impossibili. Sopravvivere alla dipendenza affettiva e ritrovare se stessi. Youcanprint Self-Publishing

Telfener, U. (2014). Ho sposato un narciso. Manuale di sopravvivenza per donne innamorate. Roma: Castelvecchi

Widmann, C. (2015). Pinocchio siamo noi. Saggio di psicologia del narcisismo. Roma: Magi